Elogio dello Spogliatoio
Se dovessi rispondere ad una domanda posta in questi termini: “Qual’è il luogo che ti conosce meglio?” non avrei nessun tipo di dubbio a rispondere in questi termini: “Il luogo che mi conosce meglio è lo spogliatoio”.
Ogni atleta riconosce lo spogliatoio come qualcosa di familiare. Io, nel mio piccolo, allo spogliatoio voglio dedicare queste poche righe che hanno un titolo che lascia poco all’immaginazione: Elogio dello Spogliatoio.

Di ambienti come quello della foto ne ho visti tanti. Mettiamola in questi termini, di brutte copie dell’ambiente della foto sovrastante ne ho visti molti. Ho visto panche rotte, assi marce, muri scrostati, doccie fredde, piastrelle spaccate, ragnatele alle finistre, pavimenti bagnati. Ma lo spogliatoio ha un fascino tutto suo e che rientra a pieno titolo nel mondo dell’atleta.
In fondo, come detto all’inizio del post, non c’è luogo che mi conosca meglio dello spogliatoio: la prima volta che ho varcato la porta avevo 5 anni, avevo ai piedi le scarpe con gli strappi, mi ero preparato da casa e con me avevo una borsa che non era dotata neanche del vano per le scarpe. Da quel momento lo spogliatoio mi ha visto oltrepassare ogni tappa del percorso di crescita. Insomma, quelle quattro mura sparse sul territorio pistoiese, un po’ qua e un po’ là, mi hanno visto crescere.
Quelle panche malconce hanno visto le mie paure, le mie speranze, le mie gioie, le mie delusioni, i miei timori, le mie battaglie, mi hanno fatto stendere quando non camminavo, mi hanno fatto riposare quando ero sfinito, mi hanno supportato quando mi cambiavo, chiudevo gli occhi, pensavo al mio compito, e hanno preso anche dei colpi quando le cose non andavano bene.
Queste sono cose che chiunque faccia sport conosce: quando si entra nello spogliatoio quello che è fuori dalla porta lo fai rimanere sulla soglia. Lo spogliatoio è il luogo dove ti rilassi per caricarti. Non è un ossimoro è la verità: chi non ha mai detto di andare in palestra per scaricarsi? O a correre? O a giocare a calcetto? Ti rilassi dalla vita quotidiana, dimentichi i problemi, le tensioni, le incomprensioni, i piccoli litigi, i grandi litigi e pensi a te stesso e a quello che devi fare. Le quattro mura dello spogliatoio ti proteggono e ti estraniano.
Per lo spogliatoio c’è una sorta di rispetto che non si può spiegare. Diventa una sorta di luogo religioso: ci entra solo chi autorizzato, ti lasciano dentro, è inviolabile, devi imparare a tenerlo pulito, in ordine, a liberare gli spazi, a farlo respirare.
E come negli antichi luoghi di culto ci sono dei passaggi rituali: ti cambi, vesti i panni dell’atleta, ascolti in religioso silenzio, ti concentri. Ognuno poi ha il suo modo di compiere i rituali, più per scaramanzia che per altro. Io per esempio mi vesto sempre con la solita procedura. Sempre quella. E poi, la promessa non messa per iscritto: quello che succede nello spogliatoio rimane nello spogliatoio. Non so se è una cosa tipica solo dello sport di squadra ma ha un ché di vita da caserma.
Già, la vita da caserma: con le debite proporzioni la vita nello spogliatoio ricorda quella del plotone: ti aiuti, litighi, ti fai gli scherzi, condividi tutto quello che succede in quelle stanze, ridi, ti incazzi, ti insulti ma poi lotti spalla a spalla con chi si è cambiato accanto a te.

Ma c’è una cosa che mi manca dello spogliatoio e che sopporta solo chi lo ha vissuto: l’odore che vi si respira. Chi non lo conosce non lo sopporta, chi lo conosce entra dentro lo spogliatoio e non ci fa neppure caso. Si, sono sicuro, la cosa che mi mancherà nel momento in cui non varcherò più la soglia di uno spogliatoio sarà l’odore che lo caratterizza.
Concludo dicendo grazie allo spogliatoio e alle sue dinamiche: ho conosciuto delle grandissime persone, ho imparato tante cose, ho imparato le regole dello stare in gruppo, ho imparato a rispettare, a dire la mia, a farmi da parte, a dare una pacca sulla spalla, ad incoraggiare, a tendere una mano, a porgere l’altra guancia, ad aiutare, ad aiutarsi, a far finta di niente, a lottare, a credere, ad assorbire, a rialzarmi, a perdere, a vincere, a gestire situazioni, a perdere amicizie, a guadagnare amicizie, a non rispondere, a stare a sentire, a crescere. Lo spogliatoio mi ha aiutato a crescere.
E, adesso, quando porto i bambini cui insegno cos’è giocare in uno spogliatoio rivedo me stesso alla loro età, rivedo le mie speranze, le mie paure, la mia voglia e ripenso a quante situazioni del genere ho vissuto ed è come se le rivivessi ancora una volta. E quando saranno grandi spero capiranno che il fatto di mettere in ordine lo spogliatoio e di lasciarlo pulito e di stare in silenzio non sono solamente manie dell’istruttore, ma solo una forma di rispetto per un luogo che mi conosce anche fin troppo bene.
Per tutto questo, lo spogliatoio si merita un elogio.
Andrea Turi











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